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Il futuro della pesca italiana.

Dal Parlamento alla Tavola | Pesca

LA PESCA ITALIANA: LE SFIDE FUTURE POST-COVID19

Tra i settori che hanno maggiormente patito le chiusure imposte nell’ultimo anno per fronteggiare la diffusione della pandemia da Covid-19, vi è certamente la pesca. Le marinerie locali, infatti, prive dei loro canali commerciali privilegiati, quali ristoranti e trattorie, hanno visto crollare drasticamente le vendite (i dati Ismea stimano una perdita commerciale del -30% circa) e si è giunti, spesso, al “fermo pesca indotto” dall’assenza di condizioni di mercato. Necessariamente importante è stato, pertanto, lo sforzo di Governo e Parlamento per sostenere il comparto ittico italiano. Con il Cura Italia, oltre a riprogrammare le risorse del FEAMP (Fondo europeo per gli affari marittimi e della pesca), abbiamo stanziato 20 milioni di euro per far fronte ai danni diretti e indiretti subiti dalle imprese di pesca, anche delle acque interne, e dell’acquacoltura a causa dell’emergenza Covid-19. Un aiuto economico a cui si è accompagnata la proroga di tutte le certificazioni e dei collaudi dei motopescherecci adibiti alla pesca professionale. Con il decreto Rilancio, invece, siamo intervenuti per riconoscere una indennità di 950 euro, per il mese di maggio 2020, ai pescatori autonomi, compresi i soci di cooperative, che esercitano professionalmente la pesca (con uno stanziamento di 3,8 milioni di euro). In autunno, i decreti Ristori hanno previsto l’inclusione di pesca e acquacoltura tra i settori esonerati dal versamento dei contributi previdenziali e assistenziali per i mesi di novembre e dicembre, a cui si è aggiunto gennaio con il Decreto Sostegni.

Ma è nell’ultima Legge di Bilancio che ritroviamo l’impegno maggiore per le attività del mare italiano. I fondi per i lavoratori dipendenti delle imprese della pesca marittima sono stati portati a 12 milioni di euro per l’arresto temporaneo obbligatorio e a 7 milioni di euro per il fermo pesca non obbligatorio. L’auspicio, però, è che non tardi ancora molto per concedere finalmente anche ai pescatori la strutturazione di un adeguato sistema previdenziale, come avviene per tutti gli altri settori economici. Una richiesta contenuta nella mia proposta di legge in discussione alla Camera dei Deputati e su cui il MoVimento 5 Stelle si sta battendo da tempo incessantemente. Si tratta, del resto, di un lavoro che necessita di tutele e attenzioni particolari che cerchiamo di non far mancare, come dimostra il riconoscimento (nel limite di spesa di 31,1 milioni di euro per il 2021) di un sostegno al reddito per quei lavoratori che abbiano subito una sospensione o riduzione dell’attività lavorativa, o una diminuzione del reddito, come conseguenza delle restrizioni imposte per frenare l’avanzata della pandemia da Covid-19.

La vera sfida, però, è quella di portare organizzazione, aggregazione e innovazione in questo comparto. I fondi a disposizione sono ingenti e il veicolo si chiama “Contratti di Filiera”. Le risorse sono state stanziate sia nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dove ammontano a 830 milioni di euro, sia con il Fondo per lo sviluppo e il sostegno delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura che potrà contare su una dotazione complessiva pari a 300 milioni di euro, grazie alla Legge di Bilancio e al decreto Sostegni. Ovviamente al comparto ittico sarà dedicata quota parte del 1 miliardo e 130 milioni a disposizione ma è la realizzazione di contratti di filiera, con progetti innovativi ed efficienti, il vero obiettivo da raggiungere per la pesca italiana del futuro. Si tratta di strumenti che, negli altri comparti, stanno permettendo un efficientamento della gestione imprenditoriale, garantendo qualità nella produzione agricola e alimentare e migliore distribuzione del reddito lungo tutta la filiera.

Nonostante l’estensione alla filiera ittica era prevista sin dal 2005, non si è mai proceduto all’individuazione delle procedure e alle modalità di attuazione. Ora, però, grazie agli ingenti fondi stanziati e alle chiare intenzioni politiche, messe nero su bianco, anche la pesca e l’acquacoltura italiane potranno avviare processi di riorganizzazione delle relazioni di mercato che favoriscano l’aggregazione e garantiscano ricadute positive sulla produzione. Aspetti non più rinviabili e che permetteranno anche a questi comparti sia una innovazione attesa da molto tempo sia un minor impatto ambientale.

Dopo aver raggiunto, grazie alla conversione in legge del Decreto Emergenze in Agricoltura nella primavera 2019, l’importante risultato della revisione del sistema sanzionatorio, fino ad allora frutto di un recepimento troppo vessatorio dei regolamenti comunitari, questa Legislatura parlamentare può proiettare ora il comparto ittico italiano nel futuro attraverso scelte in grado di cambiarne radicalmente il volto: innovando, aumentando efficienza e qualità, diminuendo l’impatto ecologico.

LA FLOTTA ITALIANA. QUALCHE DATO.

La flotta da pesca italiana può contare su circa 12mila unità. La piccola pesca, con 8.132 battelli, rappresenta di gran lunga il segmento più importante in termini numerici, pari al 67,9% del totale. Il secondo è quello operante con attrezzi da traino che con 2.086 unità (17,4% del totale nazionale) è, però, primo in termini dimensionali. Il segmento delle draghe idrauliche conta 705 unità (5,9%). Quello della circuizione, che comprende le imbarcazioni autorizzate alla pesca del tonno rosso, è costituito da 365 battelli e rappresenta una quota consistente (7,9%) del tonnellaggio nazionale complessivo. 234 battelli, invece, utilizzano la tecnica prevalente del palangaro, il segmento dei polivalenti passivi conta 345 natanti, infine, la flotta armata a volante rappresenta meno dell’1% dei battelli italiani.

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