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Disapprovata dalla Corte dei conti che ne ha fatto emergere i lati oscuri, la legge approvata sulle Province, aumenterebbe di 26.000 unità i consiglieri comunali e di 5.000 gli assessori
Disapprovata dalla Corte dei conti che ne ha fatto emergere i lati oscuri, la legge approvata sulle Province, aumenterebbe di 26.000 unità i consiglieri comunali e di 5.000 gli assessori

Alla Camera va in scena la finta abolizione delle province

La prima illusione della propaganda renziana è che questa legge non elimina affatto le province. Tutte le 110 province italiane, infatti, rimarranno in vita, cambieranno solamente nome alcune di queste che assumeranno le vesti di città metropolitane. Dal Ddl Province, votato oggi alla Camera dei Deputati, emerge chiaramente che le province si estinguono solo laddove si prevede il subentro delle città metropolitane che ne prenderanno tutte le funzioni, aggiungendone poche altre. Ma è la stessa scelta dei criteri alla base dell’istituzione delle nove città metropolitane che contestiamo: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria non hanno alcun riferimento alla struttura urbana, come dimostra il caso del capoluogo calabrese, ma rispondono a criteri prettamente politici. Queste nove si andranno ad aggiungere, poi, a Roma Capitale ed alle cinque città metropolitane già istituite dalle regioni autonome (Palermo, Messina, Catania, Cagliari e Trieste).

Uno dei tanti problemi è che regna grande confusione su quali saranno le competenze dei nuovi enti locali con un forte rischio di creare sovrapposizioni o conflitti di competenze, come anche quello di dare nuove funzioni senza risorse adeguate. A cambiare, sarà solo la leadership, in quanto il Sindaco metropolitano coinciderà con quello del capoluogo, con una evidente espropriazione della rappresentatività elettorale per i cittadini delle diverse province. Il Presidente, invece, sarà eletto dagli e tra gli amministratori dei comuni della stessa provincia, con una elezione di secondo livello. A nostro parere, si infrange quel principio etico per il quale combattiamo, ovvero il divieto di cumulo di cariche pubbliche, perché i sindaci dei comuni fino ai 15.000 abitanti potranno, infatti, candidarsi al Parlamento europeo ed al nazionale e, ovviamente, la domanda viene spontanea: come faranno a fare un buon lavoro? La vulgata diffusa da Renzi su questo presunto provvedimento “ svuota province ” è che sarebbe stato una fonte inesauribile di risparmi, peccato però che non venga quantificato neppure un centesimo di risparmio.

I costi di gestione, infatti, rimangono peraltro i medesimi e sempre altissimi e si dovrebbe risparmiare solo in funzione del finanziamento degli organi istituzionali (le indennità di presidente, assessori, consiglieri ed i vari rimborsi connessi alla loro attività) che vengono aboliti, assieme alle spese delle relative consultazioni elettorali. In realtà, l’unica rilevazione realmente ufficiale è quella della Corte dei Conti (inspiegabilmente ignorata dal Sottosegretario Delrio), secondo la quale i risparmi sono molto dubbi, mentre certi sono, anche se non quantificati, i costi di un simile stravolgimento.
Il risparmio sugli organi di governo, peraltro, sarebbe di soli 35 milioni: a tanto, infatti, ammonterebbe l’onere per consiglieri, assessori e presidenti delle province, per effetto delle riforme dell’estate del 2011, che avevano previsto la drastica riduzione del numero degli amministratori provinciali.

La vera chicca, però, è che questa legge aumenta il numero dei consiglieri comunali (fino a 26.000 in più) e degli assessori (fino a 5.000 in più). Il Governo si è impegnato a rendere questa operazione a costo zero, ma come si possono aumentare le cariche senza aumentare le spese? Vedremo con quale altra favoletta ci risponderà il premier Renzi.